Essere (per forza) i numeri uno!

La competizione ci segna da piccoli.

Fin dai primi anni di scuola, la famiglia, la società, l’intera realtà in cui siamo inseriti ci “chiede” di essere competitivi rispetto all’amico di banco, rispetto alla classe.

Ci inseriscono in una logica di svolgimento di un compito a fronte di una ricompensa, e tale ricompensa è più o meno rispetto a qualcosa e/o a qualcuno.
Ci chiedono di omologare il nostro talento a schemi predefiniti.
Ci rinchiudono in uno perimetro entro il quale realizzarci e sviluppare le nostre abilità.

Ed è proprio all’interno di questi schemi che nasce e si alimenta il mito dei numeri uno.

Il numero uno si omologa al contesto e alle attività del perimetro, gli viene insegnato a trattare il suo talento come opportunità più che come una unicità.

L’opportunità che il numero uno sfrutta è quella che serve a mettere a tacere le aspettative che vengono riposte continuamente verso di lui, e verso quello specifico talento che la realtà che vive dice essere predominante.

E sempre di più, chi è obbligato ad attendere le aspettative all’interno di questo perimetro, si sente fuori dal mondo, fuori contesto, quando i canoni di quella omologazione non vengono rispettati.

Il nostro talento è unico e libero e non ingabbiato all’interno di un perimetro.

Il mito dei numeri uno ci imporrebbe di essere al centro e mai di lato, di essere visibile, e mai invisibile, di cercare gli applausi ma di non battere le mani.
Tenere testa al mito del numero uno è molto impegnativo e costringe ad utilizzare molte energie, impone di essere sempre sul pezzo, all’altezza della situazione, sempre e comunque di avere la risposta pronta, e che sia rigorosamente giusta, intelligente, risolutrice.

Eppure ci sono tanti numeri uno che forse potendo tornare indietro deciderebbero di mettersi di lato e non al centro, sceglierebbero di valorizzare e sviluppare le proprie unicità che lo condurranno ad essere felice, veramente, e non ad inseguire una vana gloria.

Ci sono tanti numeri uno travolti dall’uragano della vita che ad un certo punto dicono: “Basta! Voglio scendere!”

Coltivare un talento significa dare spazio, significa darsi tempo, significa non cadere nell’errore di essere sempre in linea con le aspettative, significa confrontarsi e parlare delle proprie debolezze e delle proprie unicità.

I numeri uno nei momenti bui cercano sollievo nel raggiungimento di un altro sfidante obiettivo, ma dopo quest’ultimo ce ne sarà sempre un altro più grande da raggiungere.
E così via sempre ad inseguire la meta, affannosamente, senza sosta e senza apprezzare i dettagli durante il cammino.

I talenti, unici, sanno che qualunque cosa accada c’è sempre modo per ripartire, per rialzarsi, per darsi una seconda opportunità.
Sanno che devono godersi il viaggio, soffermandosi sul particolare, guardando negli occhi le persone che incontrano.

In azienda i numeri uno appaiono con tutte le caratteristiche di cui sopra, e non amano essere ripresi, anche se a parole accettano le critiche: “Che siano costruttive però!”

Questo primeggiare sempre e comunque, non solo non fa bene all’individuo, ma tutta l’organizzazione non ne trae beneficio.
Tenere testa al mito del numero uno rischia di far chiudere l’individuo entro un arroganza che proietta all’esterno le responsabilità, e limita le possibilità di sviluppo di business dell’azienda che ha bisogno di collaborazione, di contaminazione di idee, non di un numero uno che cura il suo piccolo orticello.

Quante volte abbiamo sentito dire: “Ti avevo messo in copia per informarti. Non sono stato allineato su questo processo. Non rientra nelle mie attività!”

Questa modalità di approccio, irrigidisce i rapporti, rallenta la delivery, ed in generale non permette lo sviluppo di attività e processi, fondamentali per la crescita di un’organizzazione.

Nelle moderne organizzazioni, veloci, dinamiche, flessibili, si cerca sempre di più proattività, confronto, ascolto attivo, le forme di leadership autoritarie appartengono al passato e quelle moderne sono fatte di caratteristiche uniche.

La leadership è fatta di unicità sviluppata fuori dagli schemi convenzionali, e non da omologazione da numero uno.

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